Un calciatore molto vecchio con ali enormi – Parte II

di FossatiComeBaratri

Vergognosamente copiato dal racconto “A Very Old Man with Enormous Wings“ di Gabriel Garcia Marquez

 

 Parte seconda (chi non avesse letto la prima parte può trovarla qui)

La notizia del vecchio giocatore miracoloso si diffuse con tale rapidità che dopo poche ore in cortile c’era trambusto come di domenica al mercato.

Pelágio ed Elisete dovettero chiamare la polizia per disperdere la folla che rischiava di abbattere la casa. Elisete, che era gobba, passò il pomeriggio piegata a raccogliere i numerosi rifiuti lasciati dai curiosi, poi ebbe l’idea di recintare il cortile e di far pagare un biglietto di cinque euro a chi volesse vedere il vecchio tatuato, che tutti ormai chiamavano l’angelo.

I curiosi accorsero da molto lontano. I più sfortunati calciatori della terra vennero in cerca di cure: un attaccante piccolissimo che fin dall’infanzia dribblava gli avversari con facilità irrisoria ma nelle partite ufficiali passava il tempo a vomitare nel cerchio di centrocampo; un portoghese che non riusciva a dormire perché il rumore delle stelle lo disturbava; un terzino destro che il giorno dopo aver cambiato squadra si era risvegliato tutto ingobbito; e molti altri, con disturbi meno gravi, che desideravano toccare l’angelo per allungarsi la carriera.

Nel mezzo di quel disastro di speranze naufragate, pioggia e viavai di gambe nel fango, Pelágio ed Elisete erano felici, perché in meno di una settimana avevano riempito di denaro le loro stanze e la fila di pellegrini in attesa del turno per entrare nel cortile oltrepassava l’orizzonte.

Intanto, il mediano che aveva inferto il calcione all’angelo continuava a fare meraviglie con il piede sinistro e gli altri giocatori della squadra di Pelágio scalpitavano: anche loro desideravano colpire il vecchio e acquisire nuovi poteri. Per evitare che quei ragazzacci uccidessero l’angelo a pedate, Pelágio dovette montare una gabbia metallica dentro il pollaio e rinchiudervi la miracolosa creatura.

Al Giorno dei Morti, Padre Guilherme andò da Pelágio e gli chiese che l’angelo giocasse una partita di beneficenza insieme ai suoi ragazzi.

Pelágio rifiutò la proposta del prete. Innanzitutto per evitare che il vecchio venisse preso a calci da tutti i giocatori in cerca di miracoli. E poi perché lui ed Elisete non avevano necessità di ulteriori entrate. Con i soldi guadagnati dalla vendita dei biglietti e dal merchandising, avevano costruito una villa a due piani, con balconi e giardini e alte reti, in modo che i granchi della spiaggia non entrassero durante l’inverno. Pelágio aveva costruito anche un labirinto e lo aveva riempito di gabbie di conigli, mentre Elisete si era fatta una collezione di sandali di seta col tacco alto, del tipo indossato dalle attrici più famose del momento, e li sfoggiava ogni domenica quando andava in paese.

Il pollaio era l’unica cosa che non aveva ricevuto alcuna attenzione da parte della coppia. Se ogni tanto lo lavavano con la candeggina e bruciavano lacrime di mirra al suo interno, non era in omaggio all’angelo ma per scacciare il fetore di letamaio che ancora pendeva ovunque come un fantasma e stava impregnando anche la nuova casa.

Comunque, dietro le insistenze della comunità religiosa locale, alla fine i due coniugi acconsentirono all’esibizione della misteriosa creatura.

La data del match fu fissata al 24 dicembre, due ore prima della messa notturna. L’evento fu chiamato: „La Coppa dei Miracoli“. I biglietti andarono a ruba in un solo mattino.

L’angelo, saputo della partita, rimase immobile per diversi giorni nell’angolo più lontano della sua gabbia metallica. All’inizio di dicembre cominciarono a spuntare sulle sue ali tatuate delle grandi penne rigide, le piume di un corvo, che crescendo su quel corpo emaciato ne accentuavano la decrepitezza. Il vecchio doveva conoscere la ragione di quei cambiamenti, perché stava attento che nessuno li notasse, e che nessuno sentisse le canzoni del mare che cantava sotto le stelle incorniciate dalla finestra del pollaio.

Una mattina Elisete stava tagliando alcuni mazzi di cipolle per il pranzo, quando un vento che sembrava arrivare dall’oceano soffiò in cucina. Poi un lampo colpì il pollaio incenerendolo. Si salvò solo l’angelo dentro la gabbia metallica. L’onda d’urto provocata dalla saetta fece saltare la serratura, il vecchio uscì dalla sua prigione e si mise a camminare nell’orto.

Elisete andò alla finestra e colse l’angelo intento nei suoi primi tentativi di volo. Erano così goffi e pieni di sobbalzi che il vecchio aprì un solco nell’orto con le unghie dei piedi e fu sul punto di abbattere il capannone con quel suo sbattere sgraziato d’ali che non riuscivano a venire a capo dei vortici d’aria. Malgrado ciò, ben presto l’angelo riuscì a guadagnare quota.

Elisete tirò un sospiro di sollievo, per sé e per lui, quando lo guardò oltrepassare le ultime case, tenendosi in qualche modo in quota con l’incerto battito d’ali di un avvoltoio senile. La donna continuò a guardarlo anche mentre tagliava le cipolle e continuò a guardare finché non le fu più possibile vederlo, perché da quel momento in poi lui smise d’essere un fastidio nella sua vita per divenire un punto immaginario nell’orizzonte dell’Atlantico.

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