Questo è il cammino

di Sparperetor

La nostra è una squadra di campioni mancati, di reietti e di sbeffeggiati.

Handanovic, il portiere più forte della storia del suo paese fino all’esistenza di Oblak, più giovane, più moderno, e più forte. Silenziosamente il portiere più forte per 10 anni, senza vincere nulla. Finalmente oggi può.

Bastoni, che al suo acquisto viene solo chiamato un “favore politico”, con un prezzo “incredibile ed inimmaginabile”, adesso giustifica il suo acquisto, si qualifica tra i giovani difensori più forti d’Europa e in assoluto.

De Vrij, il difensore più forte della Serie A, che per qualche motivo non è titolare in nazionale.

Skriniar, quello che “non è da difesa a 3, vendiamolo e prendiamone uno specializzato”.

Hakimi, non voluto dal Real Madrid anche dopo la stagione galattica al BVB. Neanche lo richiamano in squadra per qualche settimana tra i Blancos, per vedere come si trova. Viene da noi con mesi di anticipo, in silenzio, con gli inglesi che mi dicevano “ultrapagato, non sa neanche cos’è difendere”.

Barella, disprezzato perchè voleva andare nella squadra del cuore, perchè prendeva troppi gialli (da diffidato fa 8 partite senza un’ammonizione), perchè non sapeva tirare, perchè aveva la mentalità da provinciale, perchè veniva pagato troppo, togliendo pure il posto ad uno che l’anno prima era il CC più forte d’Italia.

Brozovic, mai piaciuto ad alcuni perchè grezzo, perchè sembra non gliene freghi nulla, perchè sa fare una cosa sola. Inventa calcio, mette olio negli ingranaggi, e popolarizza una nuova mossa, copiata subito dal mondo intero.

Eriksen, “strapagato”, troppo leggero, troppo femminuccia, senzapalle, troppo silenzioso, troppo pulito, non abbastanza cazzuto, non adatto per il nostro calcio. Supera le difficoltà, ci regala un momento di magia, e alla fine, 4 punti nelle 2 partite in cui ne servivano 5. Idolo.

Perisic, rifiutato prima da Conte stesso, detto scazzato perchè voleva restare al Bayern, anche se in panchina. Accusato di aver creato l’ambaradan con Icardi, di aver destabilizzato una società in crescita. Torna, inghiotte l’orgoglio, si mette a testa bassa, e tra un doppio passo e l’altro ci dà un’opzione a sinistra, che completa l’11.

Lukaku, quello del “quest’uomo vale 83 milioni?”, quello del “he’s got no technique”, quello del “lukaku first touch compilation”, quello definito “flat track bully”, quello “mai decisivo”, quello che “rallenta il gioco”, quello che è “qui solo perchè raccomandato”, quello che “thank you Inter, sincerely a Man Utd fan”. Viene, si prende lasquadra in spalla nel giro di 3 mesi. È il giocatore dell’anno, l’MVP di questo scudetto, e il giocatore più forte della Serie A 20/21. Un ragazzo d’oro, che è venuto dal nulla, che nel giro di poche settimane si sforza per imparare l’Italiano, e che quando vinciamo lo scudetto si mette a cantare dal balcone, proprio come abbiamo fatto noi.

Lautaro, la “brutta copia di Icardi”, quello che “vuole andare al Barcellona”, quello che ” è troppo lento”, quello che “è una prima punta spuntata”, quello che “si scioglie al momento importante”, quello che “destabilizza con le voci di mercato”. Non parla mai, sta zitto e buono, trova il suo momento di forma, e fa arrivare i gol quando servono, diventando anche l’arma segreta di Conte in copertura, per gli ultimi mesi di galoppata.

Sanchez, quello che “non è manco più un giocatore di calcio”, quello che “pare mio nonno”, quello che “prende troppo”, quello che “non sarà mai contento in panchina”. Mai lamentato, si taglia lo stipendio, e firma per restare in questa realtà perchè ci crede.

Ranocchia, quello che “hanno fatto una pagina solo per quanto è pippa”, quello che “non se ne va più”, quello che “è il gemello scarso di Bonucci”, quello che “neanche lui lo sa che ci fa da noi”, quello “miracolato”. Resta, lavora 4 mesi con Lukaku, lo aiuta a diventare l’attaccante perfetto per l’allenatore, e ogni volta che viene chiamato risponde “presente” con puntualità.

Darmian, quello che “neanche lo United sapeva di averlo in squadra”, quello “gobbo e basta”, quello che “non è all’altezza”, quello “mediocre a vita”. Lavora, si prepara, e afferra il suo momento. Segna due dei gol più pesanti che qualsiasi tifoso interista abbia mai visto, decolla come un razzo e si piazza nel firmamento nerazzurro delle sliding doors indimenticabili.

Young, quello “troppo vecchio”, quello “fuori ruolo”, quello che “viene a farsi la pensione”. Viene, ci regala punti, assist, e sudore, mostrando ai più giovani che vuol dire “dare l’esempio”.

Antonio Conte, quello che “perchè proprio lui?”, quello “infiltrato”, quello “condannato”, quello “gobbo”, quello che “non saprà mai che vuol dire interismo”, quello “anti qualità”. Lotta, si incazza, si fa espellere una partita sì e l’altra pure, migliora il gruppo e la cultura, causa dei flip di 180′ che ci si stenta a credere ai risultati. E poi fa il dito medio ad Andrea Agnelli proprio nel loro covo, mossa da interista puro, molto più di tanti tifosi in giro per il mondo.

Questa è la nostra Inter, un gruppo di giocatori titolari che non hanno mai vinto niente, e quelli che lo hanno fatto, mai da protagonisti. Uniti da un management magistrale, tra allenatore e Amministratore Delegato.

Sono circa 18 mesi che il vento è cambiato, e ci si sente all’inizio di un lungo viaggio. Sono le due di notte e ancora non dormo. Non è la prima notte insonne per colpa dell’Inter, e certamente non sarà l’ultima. Voglio bene a questa squadra, a questo gruppo, che porta luce in periodi bui, per tanti ragazzi e ragazze in tutto il mondo. Brothers of the world, vi voglio bene.

I Campioni dell’Italia siamo noi. Adesso andiamo a prenderci la Seconda Stella a destra.

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