di Rouje
Come si stima in modo preciso il valore di un calciatore? Come si può evitare che fattori come emotività, esigenze specifiche, idee e credenze di gioco, influenzino la trattativa e di conseguenza il prezzo del cartellino di un giocatore? Esiste un equo costo, un ammontare che è sempre giusto spendere per aggiudicarsi un calciatore di un certo livello?
Nel cercare di rispondere a queste ed altre domande più o meno simili, mi accorgo sempre che non riesco, per quanto mi sforzi, a sintetizzare la risposta in poche battute, inerpicandomi in ragionamenti sempre più contorti e prolissi che affondano le loro radici in situazioni che fra di loro sono fin troppo eterogenee. Fondamentalmente, il problema del valore obbiettivo di un giocatore (la VERA e UNICA domanda del calciomercato) è di difficile risoluzione perché manca una logica nella scienza della compravendita dei calciatori, uno schema di base su cui fare affidamento per orientare le proprie scelte. Nel decidere quale calciatore comprare e a quale prezzo, bisogna tener conto di un numero praticamente infinito di variabili, che non elencherò per ragioni di tempo e spazio, la maggior parte delle quali non sono manifeste e di cui non si conosce nemmeno l’esistenza a distanza di mesi dalla conclusione dell’affare, figurarsi la loro importanza e peso durante la trattativa.
L’anno scorso feci una lettura interessante, ovverosia un manuale chiamato “Il metodo Monchi”, che cercava di spiegare come, in anni di carriera, gli acquisti dell’ormai ex Direttore Sportivo della Roma si fossero rivelate in molti casi degli affari più che fruttuosi, potendo Monchi annoverare (ai tempi in cui lavorava ancora a Siviglia) la scoperta e la successiva rivendita di giocatori del calibro di Ramos, Dani Alves, Rakitic, Gameiro e decine e decine di altri. Il libro faceva però riferimento esclusivamente al periodo in cui Monchi ancora non lavorava per la dirigenza giallorossa, dalla quale fu congedato con disonore dopo nemmeno un anno di lavoro, proprio per colpa di una campagna acquisti condotta in maniera scellerata, spendendo milioni di euro in maniera bulimica senza alcun risultato apprezzabile. Se quindi nemmeno colui che è considerato il guru dei direttori sportivi può dirsi infallibile (anzi Monchi si è dimostrato capace solo nella sua piccola zona di comfort), non vedo come possa esserci modo di avere chiarezza sulle dinamiche del calciomercato, fenomeno oscuro e abissale del quale noi mortali non potremo mai possedere un libretto di istruzioni.
Tornando sul pianeta Inter, la mia riflessione iniziale serve da apripista per parlare dell’affare che dovrebbe portare Romelu Lukaku a vestire nerazzurro. Come ormai tutti sanno, l’offerta per acquistare il belga fatta dall’Inter si aggira intorno ai 65 milioni, con il ManU che però ne chiederebbe almeno venti di più.
Per capire la situazione di stallo in cui si trova la dirigenza dell’Inter, sarebbe opportuno cercare di contestualizzare l’operazione con il Manchester con almeno altri due affari di questo calciomercato: il primo è il colpo di mercato che ha portato De Ligt a vestire bianconero, per la cifra di 70 milioni; il secondo è relativo all’acquisto, proprio da parte dei Red Devils inglesi, del terzino Wan Bissaka, costato la bellezza di 55 milioni. Ora, a fronte di una differenza di 15 milioni, parliamo da un lato del difensore che quest’anno è stato il miglior giovane della Champions League, vincitore di una coppa nazionale e semifinalista europeo (eliminato peraltro al fotofinish da una squadra nettamente più forte dell’Ajax), moderno, capace di testa e piede, fortissimo in ogni tipo di situazione, praticamente quindi un top di gamma. Dall’altro lato, Wan Bissaka è invece un terzino di due anni più vecchio di De Ligt, proveniente dal Crystal Palace, squadra dal palmarès spoglio e misero, autore di quattro assist (due in meno di D’Ambrosio per intenderci) in quarantasei partite e giudicato, da alcuni, come un grande astro nascente della sua nazionale. Appare evidente come vi sia una discrepanza a dir poco esagerata tra i due affari, per cui Paratici sembra uno squalo di Wall Street rispetto alla dirigenza inglese del Manchester, che conduce le trattative di mercato solo grazie ad un portafoglio dai fondi illimitati da far piovere nelle casse delle controparti.
Il dubbio che sorge nei confronti del valore di Lukaku è quindi più che legittimo: non sarà che il belga è valutato un po’ troppo? Tra la punta e De Ligt si viaggia nuovamente su una differenza di 15 milioni, esagerata rispetto al rendimento recente dei due calciatori e rispetto alle loro prospettive di crescita. Ovviamente, la Juventus al momento può vantare delle attrattive e degli obbiettivi ben al di sopra di quelli dell’Inter, e per un centrale settanta milioni non sono certo una cifra irrisoria. Tuttavia, nel trattare con il Manchester United sembra sempre di avere a che fare con un soggetto che non vive sul pianeta terra, ma con un’entità astratta in grado di essere il club più ricco del mondo e di non vincere niente da anni, di falsare le logiche di un mercato sano e di dopare completamente gli asset e i valori di quelli che sono, a conti fatti, dei beni che non seguono una logica, slegati da dati e valutazioni certe e dipendenti da troppi fattori esterni per poter essere apprezzati con chiarezza.
La trattativa con il ManU da parte dell’Inter potrebbe tranquillamente arenarsi e non procedere più, oppure potrebbe sbloccarsi da un momento all’altro o ancora saltare di colpo in una nuvola di fumo e banconote. Quello che l’Inter ( e soprattutto Antonio Conte) dovrebbe capire è che c’è il concreto rischio di spendere una cifra immane ( ben superiore a quella degli affari De Ligt e Wan Bissaka, ma maggiore anche a quella delle trattative per Ndombele, Barella, Jovic, Manolas, Lo Celso, De Jong, Joao Felix solo in questa sessione di mercato) e di rimanere poi semplicemente delusi dal rendimento del giocatore. Per capire la bontà dell’affare Lukaku vanno presi in considerazione fattori presenti e futuri, che potrebbero influenzare l’oggi e il domani dell’Inter. Vero è che a fare i tirchi non si vince niente, altrettanto vero è però che il calcio è bello perché è vario, slegato da costanti e dogmi, mutevole e fatto di opportunità da cogliere al momento giusto, non di ricette segrete e scorciatoie sicure.
Forse l’Inter potrebbe iniziare a considerare altri orizzonti e possibilità, o potrebbe affondare definitivamente le sue zanne sul Manchester e dare l’affondo per Lukaku. Certo è che aspettare non fa bene a nessuno, e Conte non ha pazienza.