Groundhog day 2

di Mister X

Un anno fa un’Inter allo sbando in campionato affrontava la prima gara del girone di Champions, vincendola con una rimonta pazzesca e di pura volontà. La garra charrua, come si disse all’epoca. Quella vittoria innescò una spirale positiva che per due mesi consentì ai nerazzurri di recuperare in campionato vincendo quasi tutte le partite seguenti, e di costruire una buona base per il passaggio del turno in Champions.

A quel punto l’allenatore, conscio dei limiti della rosa, fece una scelta: di puntare al punticino matematico, di fare le barricate e il catenaccio a oltranza, di provare a passare il turno un punto alla volta invece che vincendo una gara. L’idea va contro i principi dello sport come gioco di cuore, come spettacolo, il risultato prima di tutto, ma nella teoria non era sbagliata. L’errore è stato sottovalutare quanto precario era l’equilibrio di quell’Inter, quanto il mancato passaggio del turno avrebbe influito su tutto il sistema. La partita indecorosa col PSV ha portato strascichi in campionato, liti all’interno dello spogliatoio, un tornado di casini e polemiche che hanno affossato i nerazzurri fino alla fine dell’anno.

Oggi faccio una riflessione. Non un confronto numerico, né di rosa, né tantomeno per andare a scandagliare i piccoli dettagli dell’annosa diatriba Spalletti VS Conte.

Il pensiero su cui voglio soffermarmi è la filosofia, quello che è il principio dietro l’Inter di oggi, una squadra completamente diversa negli intenti e nelle linee guida rispetto all’anno scorso, dalla dirigenza alla guida tecnica.

Siamo passati da una dirigenza assente che non si preoccupava dei problemi di spogliatoio e delegava al tecnico la responsabilità di tenere la barra dritta e gestire ogni piccolo capriccio di una rosa con troppe teste coronate o che si credevano tali, a un dirigente unico, controllore totale di tutto quello che riguarda mercato, disciplina e linea guida societaria, unito a un allenatore che non tollera primedonne e punta tutto su un gruppo unito e coeso.

I meriti di Conte non sono tanto nei numeri, quanto nel modo in cui l’Inter è gestita. Non esistono più sconfitte in cui i giocatori puntano il dito, fallimenti in cui c’è una divisione netta tra chi sarebbe di livello più alto e ne soffre e chi invece si fa il mazzo e non viene mai ringraziato. Tutti sono importanti, tutti danno il massimo secondo le loro capacità e il fallimento è di tutti nessuno escluso. C’è una differenza netta tra l’anno in cui avevamo il Perisic che sbuffa perché sente di essere un gregario, il Naingollan che se ne frega abbastanza di cosa succede in campo che tanto in carriera non vincerà nulla, l’Icardi che crede di essere il più forte del mondo in una squadra di scudieri per qualche gol segnato, lo Skriniar stanco di dare tutto per vedere le primedonne litigare tra loro, e oggi, dove Lautaro ha giocato da stella assoluta e il primo pensiero è per il gruppo e per incitarlo a ripartire, Lukaku che da più pagato china il capo e se potesse lustrerebbe gli scarpini a tutti e via dicendo.

Conte e Marotta hanno cambiato la filosofia dentro l’Inter e i suoi giocatori, l’approccio alle gare e il modo di correre per raggiungere la meta.

L’eliminazione dalla Champions impone però una riflessione profonda proprio su quello che è il metodo di Conte. Oggi punteremo il dito sugli errori individuali, sulla rosa corta, sulla mancanza di uomini chiave, forse un po’ sull’inesperienza a certi livelli. Con tutte le ragioni sia chiaro, ma c’è un altro aspetto a cui guardare.

Perché il nostro tecnico, con tutte le ragioni che ha, non sa guardarsi dentro con oggettività? Perché il suo più grande merito è anche la sua peggior debolezza?

Il calcio di Conte, al suo massimo, è stato bello da vedere, efficace ed entusiasmante, ma Antonio ha questa filosofia dove le partite vanno demolite, aggredendo l’avversario e vincendo con la semplice forza. Correre di più, giocare meglio e più veloci, tagliare il campo. Tutti concetti positivi e vincenti. Il calcio, anzi la partita di calcio, è però un microcosmo complesso, dove le cose cambiano in fretta, dove bisogna distruggere l’avversario ma anche gestirlo, dove bisogna segnare tanto e in fretta ma anche contenere e riposare all’interno della gara. La rosa dell’Inter è limitata, hanno giocato sempre gli stessi, ma sempre un calcio ossessivo, dispendioso e distruttivo per gli avversari ma anche per noi stessi. In partita una squadra di Conte non riposa MAI. E vedendo questa Champions League non sono sicuro sia una buona cosa fino in fondo.

La Champions è una competizione dove ogni singola partita conta, dove ogni singolo gol segnato, ogni occasione mancata, ogni casualità ha un impatto sulla qualificazione, anche ai gironi. Certo, si può perdere una gara, si può compromettere tutto e recuperare, ma i dettagli contano sempre e comunque. In 6 gare il singolo episodio conta tantissimo, quasi quanto nelle gare a eliminazione. Conte non fa bene in Champions perché non ha ancora imparato questo, a gestire la squadra, a riempire i momenti della partita come serve per ottenere il risultato finale.

Ottimo il primo tempo di Barcellona. C’era un piano B in caso di occasioni mancate e di vantaggio di un singolo gol? C’era una soluzione per una squadra completamente morta al 60′ che potesse evitare la rimonta catalana?

A Dortmund era previsto un tipo di gioco molto meno dispendioso e di gestione che permettesse di tenere il doppio vantaggio? C’era una soluzione per Conte in caso di entrata in campo di Suarez e DeJong?

La mia impressione è che Conte non sappia rallentare il ritmo, non c’è alternativa oltre a quella di fare lo stesso gioco ossessivo per 90 minuti, che comporta tenere per 60 e crollare gli ultimi 30. In campionato può bastare, perché le squadre sotto per tutta la partita spesso entrano nella filosofia del ”vivere per combattere un altro giorno”, cioè danno per persa la gara e pensano a fare punti in quella dopo. In Champions serve per forza di cose un approccio diverso, perché ogni partita conta e ogni minuto è quello buono per rimontare o provare. Si dà tutto in ogni gara, fino all’ultimo minuto, e se non impari a gestire, ad addormentare l’avversario, finisce che si accorgono che non pressi più come prima, che non sei più lucido e preciso, e basta questo per innescare la reazione.

Poi certo, parliamo di calciomercato, di potenziare la rosa, di riserve migliori, di infortunati eccellenti da recuperare. Il problema di fondo però va risolto. In Champions si va avanti sapendo gestire le 6 partite al meglio, controllando le forze dove servono, sapendo cosa fare, come e dove. Conte deve impararlo o farà sempre brutta figura.

Ora un po’ di ottimismo. Il vantaggio è che la rivoluzione profonda operata dal tecnico salentino dovrebbe consentirci di non esplodere a livello mentale come lo scorso anno, nonostante la delusione il gruppo sembra compatto e una vittoria doppia nelle ultime due gare dell’anno va raggiunta a ogni costo. Perché il campionato dell’Inter 2020 inizia qui, e se i nostri ragazzi vogliono davvero giocarsi qualcosa a livello di trofei, adesso è l’ora di dimostrarlo più che mai. L’anno scorso si puntava al quarto posto e agli ottavi. Sfumati i secondi, con il primo praticamente già considerato scontato, la truppa si è sfaldata in rivalità interne ed esterne.

Oggi gli ottavi sono sfumati, e Conte dovrà essere bravo a trasformare questo in energia positiva. C’è un solo modo. Da oggi, per tutti, giocatori e tifosi, la meta deve essere lo scudetto. Dobbiamo giocarcelo non c’è alternativa.

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