di Mister X
Impossibile scrivere a freddo dopo quello che è successo ieri sera,
quindi non parliamo della partita ma del fallimento totale di quello che è il progetto di Spalletti per l’Inter, saltando stupidaggini inutili sui rinnovi di contratto e sulla dirigenza.
Immaginate una partita di calcio, l’evento più imprevedibile dello sport di squadra, dove entrano in ballo fattori come la fisica, la meteorologia, le decisioni arbitrali, le pressioni esterne, prima ancora che tutte le cose prettamente interne del terreno di gioco.
Ora in questo evento con tantissime variabili prendiamo un caso specifico, una gara che si svolge così:
• primi 15 minuti di fiammate.
• fino al 30′ del primo tempo controllo palla sterile
• arretramento gli ultimi 15 minuti del primo tempo.
• inizio di secondo tempo pessimo
• cambio di un esterno per un altro esterno
• cambio di un centrocampista avanzato per un giocatore da inserire nello stesso ruolo a priori delle caratteristiche
• cambio dell’altro esterno per un terzino
Ecco, nelle mille variabili tecnico tattiche, pre-gara, a gara in corso, in risposta a eventi non previsti, questo caso specifico appena descritto è la quasi totalità delle gare dell’Inter di quest’anno.
È ingiusto parlare di non gioco, perché l’Inter ha dimostrato un chiaro intento, un’identità ferrea sempre uguale nelle idee e nei risultati. L’identità di una squadra che ha un solo modo di giocare, che ha un possesso palla sterile, l’allargare sugli esterni per il cross come unica idea offensiva, la difesa come senso unico e totale di ogni uomo in campo.
Il progetto di Spalletti è un disastro nei risultati, nelle intenzioni e nell’attuazione. Magari basta questa verità, ma cerchiamo anche di argomentarla e capiremo perché a certi livelli non si tratta di un problema di società o di giocatori ma di progetto tattico 3 volte fallimentare
Il fallimento della filosofia di gioco
L’idea di base, l’idea positiva, era la creazione di una squadra che avesse il pallino del gioco, che controllasse le partite col palleggio, e che difendesse corta con terzini bassi, giropalla in difesa ed esterni d attacco che tornano tantissimo. L’idea di base diventa un fallimento perché non esiste una strategia d’attacco, non è mai stata implementata. Con questa base, per fare gol servono verticalizzazioni centrali, contropiedi rapidi e precisi, esterni che si accentrino, un centrocampista in grado di dare lo strappo e spaccare l’avversario con la corsa dritta dalla trequarti al limite dell’area. Spalletti si è preoccupato di creare una squadra per cui il possesso palla è un modo di perdere tempo, un modo di difendersi, non un preludio a un attacco efficace. La palla va sull’esterno troppo lentamente, la difesa avversaria è sempre schierata, il cross diventa inutile, gli esterni corrono male e a vuoto e non sono pericolosi. Si salta l’uomo solo contro avversari lenti o scarsi. Si lancia di prima solo verso l’esterno, mai in verticale. Spalletti ha creato un ibrido inutile: il giropalla da dietro è efficace se sono previste verticalizzazioni o triangolazioni rapide e improvvise, mentre un assetto difensivo è utile se hai in canna contropiedi fulminanti. La filosofia di gioco fallisce perché il giropalla non ha sbocchi e la difesa serve più a mantenere i pareggi che a cercare di vincere col contropiede. Da qui nasce il fallimento successivo.
Il fallimento della scelta dei ruoli
Parlando della filosofia di gioco, salta all’occhio una verità: sarebbe estremamente efficace con un piccolo ritocco, un giocatore in mezzo al campo che di forza porti il pallone improvvisamente dal centrocampo all’attacco in verticale, o che rubi palla per subito correre in avanti e dare l’ultimo passaggio. Magari che abbia pure un buon tiro da fuori.
In parole povere Spalletti ha basato l’intera idea di gioco offensivo su un giocatore singolo, Naingollan, di cui non esiste il ricambio. Ecco il fallimento nella scelta dei ruoli: il Ninja non è bollito o calante per me, è semplicemente rotto, con tutte le conseguenze del caso. Darà il suo contributo ma non è lui il punto.
Il punto è che basare l’intero attacco sulla sua figura può funzionare se lui è presente. Se si rompe e non hai ricambi, e può succedere, devi fare di necessità virtù e trovare differenti soluzioni, rischiare di più con qualche idea tattica particolare.
Se insisti basando tutta la produzione offensiva sullo stesso perno di gioco e speri di adattare altri allo stesso ruolo, altri che non hanno le caratteristiche, fallisci. Una ruota senza perno gira solo a vuoto. Senza Naingollan il 4231 per come lo vede Spalletti è un colossale fallimento, accentuato dal fatto che piuttosto di cambiare modello, ha cercato di forzarne il recupero, estendendo il tempo di indisponibilità.
Il fallimento della gestione delle gare
Il fatto è che nonostante i discorsi di cui sopra, l’Inter non è una brutta squadra. Ci può essere il d Ambrosio che corre a vuoto, il Perisic inefficace per il ruolo a cui è costretto, l Asamoah in bambola; difetti che emergono nelle singole gare e comunque previsti dal fatto che non siamo costruiti per essere il top del top al momento. É tristemente evidente che di testa e di gambe stiamo dando meno di quel che potremmo. Dare la colpa ai singoli giocatori funziona fino a un certo punto, dire che sono indolenti e rammolliti è vero solo in parte e meno di quel che si crede.
Si chiama “memoria muscolare”, la ripetizione automatica di movimenti e gesti al punto tale che diventano istintivi: se impari una tecnica inefficace, un passaggio all’esterno per il cross, ad esempio, nei momenti più critici, sarà quella che effettui in automatico. Nelle partite decisive con acqua alla gola e in panico totale c’è chi va in palla e fa solo quel che gli viene spontaneo, la corsa dritta o il cross inutile. É colpa del giocatore in bambola, certo, della sua scarsezza, ma È anche colpa di chi ha ingranato nella testa dei colpi inutili e dannosi. O sei Icardi, campione nella testa prima che nel fisico, o se vai in palla è meglio tu abbia una memoria muscolare coi colpi giusti. Giocare 50 gare di passaggio all’esterno e cross non ti forma cosi.
Il problema è quello di cui parlavamo all’inizio: di tutte le variabili, la nostra è sempre la stessa. Spalletti fa sempre gli stessi cambi, sempre per lo stesso motivo.
Per lui la gara è quella che ha studiato, magari bene, la sera prima, non quella che accade in campo. Non esiste il ritmo di gioco, non esiste l’epica, l’impresa in 10 contro 11 contro gli odiati rivali: sei in vantaggio togli Icardi per Santon. Non esiste un girone Champions proibitivo in cui incredibilmente basta un pareggio per passare ma sarebbe meglio segnare: se basta un pari vado per lo 0 a 0. Non esiste una partita da vincere con semplicità: preparo una gara nervosissima e metto un terzino per difendere l’1 a 1 perché sta bastando.
Un fallimento che si trasmette dalla gestione della singola gara, alla gestione del girone, alla gestione dell’intera stagione.
Oggi non mi sento di dare colpe alla società, che pensa al fatturato e fa benissimo perché sul lungo periodo è l’unica cosa che porterà i soldi necessari.
Non mi sento di dare colpe alla dirigenza, che ha sbagliato come tutti, ma anche fatto cose molto buone considerato il limite di spesa.
Non mi sento di dare colpe ai giocatori, alcuni inadeguati e altri indolenti, ma che non possono vincere da soli come Messi se non hanno idea su cosa fare.
Mi sento però di definire fallimento il risultato che abbiamo in mano oggi, fallimento sportivo di un allenatore che ha sbagliato non qualcosa, come può capitare, ma tutto.
E fallimento umano di una persona che a petto in fuori si vanta di aver pareggiato i punti del Tottenham, quando ad eliminarlo è la differenza reti negli scontri diretti di cui non si è curato perché andava a Londra per lo 0 a 0. Hai fatto gli stessi punti sperando nel Barcellona, pareggiando in casa contro l’ultima eliminata, facendoti superare da chi è rimasto in corsa con un gol casuale al 94esimo.
Forse come squadra non siamo da ottavi di Champions, ma il primo passo per meritare qualcosa in più è rischiare di fallire pur di ottenerlo.
Mentre il fallimento non l’abbiamo rischiato, ce lo siamo andati a cercare.