di Rouje
Quella del tifoso è la categoria umana più emotiva che ci sia. Al pari di una madre troppo sensibile ai bisogni del figlio, il tifoso di ogni squadra di calcio gioisce enormemente anche al più piccolo dei successi e, di contro, si getta nella più cupa disperazione quando la squadra per cui fa il tifo subisce una leggera flessione. In poche parole, il tifoso, così come moltissime madri apprensive, proietta nel futuro le ansie o le gioie del presente, figurandosi nitidamente una situazione che, semplicemente, non esisterà mai. E’ come pensare che, una volta che ci si è rotta una gamba, essa rimarrà rotta per sempre. Invece la gamba guarisce, il tempo scorre e le cose cambiano in modo naturale.
Quello che “frega” ogni tifoso è l’emotività eccessiva, la smania di esternare le sue sensazioni e di vederle materializzate attraverso le vicende della sua squadra.
Il tifoso desidera che la realtà dei fatti sia aderente alla realtà personale che lui stesso si è figurato: pur di vedere le sue teorie calcistiche confermate, modifica i suoi ricordi, esprime giudizi affrettati o addirittura errati, decontestualizza totalmente le statistiche o i dati di una partita.
Evitando quindi di essere tifosi apprensivi o eccessivamente emotivi, si può dire che il Barcellona abbia preso l’Inter sontuosamente a pallonate.
La prestazione offerta dai Nerazzurri al Camp Nou è stata una delle peggiori mai offerte dall’Inter nella sua storia recente. Con eccezione dei primi dieci minuti del secondo tempo, l’Inter non è mai stata in grado di esprimere continuità o comunione d’intenti, optando sistematicamente per una gestione della palla frettolosa e uno sviluppo dell’azione pavido e ansiogeno. Se Spalletti chiedeva calma e possesso, i suoi giocatori rispondevano con apprensione e lanci lunghi nel vuoto, rinunciando già in partenza a costruire azioni da gol degne di nota e preferendo, sistematicamente, restituire palla al Barcellona per poter indurre all’errore gli avversari pressando alto.
La mancanza di Nainggolan si è fatta sentire tantissimo: mai Borja Valero è sembrato in grado di gestire e addomesticare i campanili che alzavano a turno Brozovic o i due centrali di difesa, e la scarsissima caratura fisica dello spagnolo ha di fatto favorito i recuperi palla di Arthur (autore di una prestazione che, nei numeri, appare mostruosa). Ai fianchi di Borja poi Perisic non è mai sembrato brillante e Candreva, inspiegabilmente preferito a Politano, è stato autore della sua peggior prestazione da quando veste la maglia nerazzurra. Per finire, D’Ambrosio ha palesato i suoi limiti tecnici evidenti e Asamoah ha giocato solo a sprazzi, osando quando c’era da conservare e conservando quando c’era invece da spingere un po’. Insomma, i Blaugrana sono stati bravissimi nel mettere a nudo tutti i limiti dell’Inter, inducendo all’errore addirittura Skriniar, autore di una prestazione discreta se non fosse per la fatale marcatura persa su Rafinha.
Una sconfitta come quella di Barcellona però (nonostante il possesso palla, i palloni persi in rapporto a quelli recuperati, i tiri tentati e le occasioni subite, le parate di Handanovic e qualunque altro dato misurabile da essere umano, restituiscano un’immagine pietosa) non brucia molto. Anzi, quasi non brucia affatto.
Il tifoso, come detto sopra, tende a ridimensionare a suo piacimento i risultati della sua squadra, a vedere le partite con occhi ogni volta diversi.
E’ sbagliato considerare la prestazione di Barcellona come una sconfitta calcolata, come un “male minore”, come una disfatta che sarebbe potuta essere molto più netta. L’Inter non ha perso solo sul tabellone dello stadio: l’Inter ha perso sul campo ogni pallone, ogni contrasto, ogni chance di poter giocare una partita quantomeno decorosa. Certo, bocciare in toto la prestazione di ogni singolo giocatore sarebbe eccessivo, ma la buona posizione nel girone di Champions League o la recente vittoria nel derby non possono offuscare i tratti di una partita alquanto misera.
Vista in un’ottica globale, la trasferta al Camp Nou non ha una grande importanza. Erano scarse le chance di vittoria già prima del match, e l’Inter ha potuto, con la tranquillità di uno studente che è già arrivato alla sufficienza, scendere in campo e tentare di guadagnarsi la lode. E’ lampante però che l’Inter sia ancora lontana anni luce dal pantheon del calcio europeo, dalle notti di Champions memorabili. Se viste in un’ottica globale, le vittorie contro Tottenham e PSV non sono minimamente sufficienti, mostrano solo sei punti nella tabellina della classifica ma, purtroppo, non restituiscono un’immagine veritiera dell’attuale livello di forma e gioco dell’Inter. Senza essere troppo severi, si può affermare che l’Inter ha imparato a fare punti, ma non a fare gioco (in attesa comunque della solita e famigerata flessione invernale).
Stiamo andando bene, ma potremmo andare molto meglio. Facciamoci autocritica. Critichiamoci.