Banale

di Rouje

Che l’Inter non sia una squadra che brilli particolarmente per audacia, credo ormai l’abbiano capito tutti. Nonostante passino gli anni i Nerazzurri sono ancora schiavi di un gioco monocorde e ripetitivo, improntato perlopiù su una risalita del campo veloce per poi arrivare sulla fascia e crossare, cercando la testa di uno tra Icardi o Perisic o accontentandosi di un calcio d’angolo, confidando poi nuovamente sulle doti aree di questi ultimi.

Tanto si è discusso sui motivi di questa staticità, parlando di colpe di giocatori o allenatori, moduli sbagliati, mancanza di coraggio o di fiducia nei propri mezzi. Sta di fatto però che, contro il Sassuolo, l’Inter ha dimostrato per l’ennesima volta di essere una squadra tutto sommato un po’ grigina, incapace di esprimersi in modo creativo o quantomeno coraggioso.

Una delle peggiori difese della Serie A, quella dei Neroverdi, poco ha dovuto sforzarsi contro una squadra, l’Inter, vittima delle sue insicurezze. A niente sono valsi i tentativi di contromovimento di Icardi per cercare di andare incontro a palloni sempre troppo lunghi o troppo corti, indirizzati in zone dell’area dove regnava la solitudine. L’atavico mal di gol di Perisic poi si è sublimato in una delle sue peggiori prestazioni da quando è all’Inter, segno ultimo di una stagione passata a rincorrere l’anno che il croato si era lasciato alle spalle prima di partire per la Russia.

Icardi è ancora troppo statico, Joao Mario e Politano fanno cose buone ma comunque poco efficaci, Vecino ha limiti tecnici evidenti, Perisic latita e Nainggolan ancora ha la luna storta. Contro il Sassuolo l’Inter è rimasta in balia del palleggio dei Neroverdi, molto più frizzanti nello sviluppo della manovra soprattutto dalla trequarti interista in su, coraggiosi nell’esaltare le proprie caratteristiche e nell’esibirsi con tocchi di prima e scambi rasoterra pericolosissimi, mandando in tilt più volte i centrali dell’Inter.

Spalletti poi ha forse letto male la partita, lasciando a un attaccante mobile e fantasioso come Lautaro pochissimo tempo per esprimersi, quando forse sarebbe stato meglio sfruttarne le caratteristiche già dal primo minuto, soprattutto alla luce dell’ottima prestazione in coppa.

Un’occasione che l’Inter spreca, una magra figura che mal si concilia con le alte aspirazioni di Suning. La proprietà cinese non manca l’occasione di ribadire di voler rendere l’Inter più forte e importante ma, sul mercato, è ancora immobile e silenziosa nonostante possa vantare due purosangue come Marotta e Ausilio in dirigenza.

Forse il problema dell’Inter è proprio questo: essere una società, una squadra, che ha obbiettivi troppo alti per quelle che sono le sue attuali capacità. Oramai però non basta più improntare il proprio gioco sull’umile speculazione, così come non basta più andare a tentoni sul mercato in cerca di occasioni o giovani promettenti: se l’Inter vuole veramente elevare il suo status, riappropriandosi della nomea di grande squadra che ormai le manca da molti anni, deve decidersi a impegnarsi di più, sia calcisticamente che finanziariamente.

La partita contro il Sassuolo ha messo a nudo delle criticità che quest’anno sembravano sparite e che invece, purtroppo, si sono ripalesate agli occhi di tutti. Problemi atavici che sono difficili da risolvere: per cambiare il gioco bisogna cambiare gli interpreti, per cambiare gli interpreti bisogna fare dei sacrifici e poi cercare, con oculatezza, di ridisegnare l’intero assetto in modo da creare una squadra competitiva che possa contendersi il secondo posto e, magari, anche il primo in campionato.

In questo dovrà essere bravissimo Beppe Marotta, che alla Juventus ha sempre anteposto i bisogni della squadra a quelli dei singoli, rinunciando a campioni affermati per permettere un continuo riciclo verso l’alto che ha portato, per molti anni, a successi incontrastati.

Cosa cambiare, chi cambiare, come cambiare?

Domande che riecheggiano nella mente dei tifosi ormai da anni ma che ancora non trovano risposta. Certo è che però, se dovesse rimanere quella che è ora, l’Inter dovrebbe rassegnarsi a scegliere degli obbiettivi in linea con la sua banalità.

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